martedì 8 dicembre 2009

Capitolo 5°

Adrenalina.


"Se esistessero parole per esprimerti, non otterrei nessun risultato dal tentativo di urlarle, perchè s’inchioderebbero in gola come acini d'uva ingoiati troppo avidamente." .
E' faticoso prendere atto di quanto gli scritti di questa donna lo destabilizzino.
Perdersi in lunghi ed estenuanti ragionamenti riguardo a certe complesse vicissitudini può condurre esclusivamente a due risultati, alla soluzione o al dubbio.
Il dubbio, che rimane sospeso in bocca e aleggia come foschia nei giorni invernali, appannato dalla stanchezza di un'ulteriore analisi.
Il dubbio di non aver capito bene e addirittura di non avere capito affatto.

“... perchè, prima appagato da una soddisfazione riflessa, mi piaceva … Godeva lei, godevo anch’io! Quel ninnolo che non voleva risvegliarsi… quel seno coperto d’insetti…. Poi il cadavere, perchè? La mia fantasia interrotta da quel corpo inerme, che sia solo metafora? No no, un momento, lì c’è scritto che era un cadavere gelido, un dettaglio flebile…” Talmente calda l'atmosfera di quel sesso rosso pomodoro. Talmente tangibile quell'emozione, grande come il mare e profonda come una canzone di De Andrè:

“ Ogni altro rigo del foglio non ha più alcun senso, ma il morto non ci voleva proprio. Inopportuno, scomodo, VERO! Quel seno però... ”

Le mani contorcono la carta. Le dita inconsapevoli delle loro stesse azioni accarezzano l'inchiostro, fino a quando i polpastrelli cedono il compito alle unghie. Il sottile contatto scolpisce la superficie ruvida del foglio e ne rovina la lucentezza, corrompe per sempre quei documenti, così come loro hanno corrotto lui; una sorta di vendetta per nulla equa. Mentre lo scritto si deforma straziato, l'immaginazione vaga nel campo di grano cercando il suo corpo. Vuole vederlo steso fra le spighe, saturo di piacere. Vuole essere lui l'artefice di quel godere, di quelle parole sussurrate, vuole essere gli occhi che la rendono esultante. Le mani cercano altre pagine, il cervello altre spiegazioni, il cuore altri battiti. Più semplicemente, altre parole che dissodino quelle incertezze scoprendo lentamente una storia, una vita, delle emozioni sostanziali.
“Guarda che sciocco, guarda che razza di sciocco”.
Tutti vorremmo essere artefici di una storia che ci coinvolga, cosa che accade solo quando lasciamo il cervello libero di non giudicarsi. Libero di non essere guidato e inquinato dalle sovrastrutture dell'educazione e dai condizionamenti del "sentito dire", così è Lei.
Questo lo affascina e lo strega. Lei! E' un animale nel senso più bello e nobile dell'essenza naturale. Lei lo monda dalle nefaste abitudini e lo fa sentire veramente vivo. Quello che legge lo illumina, lo eleva finalmente a quello stato cercato da sempre, gli fa sentire tangibili e ormai insopportabili i comportamenti che lo hanno spinto sino ad ora a rincorrere il benessere fine a se stesso, tanto sforzo, tanto impegno e autodisciplina, finalizzati a cosa? Quale delusione ha provato nello scoprire che la vita è uno spettacolo teatrale composto di un solo atto, per lo più interpretato con attori inespressivi e privi di talento. Che senso hanno l’affanno e la corruzione? Che senso assumono gli averi se tutto finisce dietro allo stesso sipario?
“Non sono nemmeno in grado di essere me stesso”.
Gli sembra impossibile che quelle righe contengano l'antidoto dirompente e tremendamente chiaro dell'inutilità del materiale. Chatwin in " Anatomia dell'irrequietezza” sostiene che il principale problema dell'uomo è essere diventato stanziale quando invece la sua natura è nomade. Il suo malessere fondamentale è proprio essere andato contro natura, aver osato uccidere l’istinto per un benessere vacuo, sempre insoddisfacente e per nulla onesto.
Ottemperando al rito di cernita, basata sul titolo, trova altri fogli con un comune denominatore. Adrenalina! Con le sue immagini nella mente, lei fra le lucciole, vive un'armonia indecifrabile dilaniata da quella di un corpo freddo e duro come cemento... e ricomincia a leggere.




ADRENALINA
Adrenalina pura!! Mi nutro di adrenalina. Mi piace sentire il cuore a palla. L'ossigeno che brucia nelle vene a causa dell'iperventilazione. Braccia e gambe fortissime, instancabili. Le immagini entrano direttamente nel cervello dalle pupille dilatate, ti si schiantano nella corteccia e scatenano la reazione senza bisogno che il pensiero intervenga, puro istinto! I muscoli del collo contratti al massimo, per contrastare la forza centrifuga in curva. Il sudore dentro la tuta che crea un microclima stranamente piacevole anche se umidiccio. In testa le parole ripetute mille volte: “braccia flesse in fase di rettilineo, con le mani ancorate al volante in posizione "ore9.15"; busto vicino al volante, schienale quasi verticale”. Come un mantra mi lava la mente dai pensieri e mi aiuta nella concentrazione. Il sottosterzo della mia macchina ha sempre dato problemi, per la scarsa aderenza. L'anteriore che tende ad andare dritto, però mi stimola. La difficoltà nel mantenere la traiettoria e gli alberi sfreccianti affianco, sinonimo di morte se centrati a queste velocità, mi mettono in corpo scariche di piacere puro, aspettavo l'ultima frazione di secondo per alleggerire la pressione sul pedale dell'acceleratore e aumentare l'angolo di sterzata, ma non all'inizio, solo al limite. Quel limite sempre più sottile. A volte raddrizzavo il volante, per coglierne maggiormente la sbandata finale. Non c'è il brivido voluttuoso della velocità, ma quello più sottile di una passeggiata verso l'ignoto, dove il tic-tac delle lancette va sincronizzato con quello dei nervi. Una frase di Thellung che mi descrive. Per controllare il sovrasterzo, quando le ruote posteriori perdono aderenza, rilasciavo leggermente la pressione sul pedale dell'acceleratore. Lentamente, sangue freddo, togliere completamente il piede trasferendo il peso sull'asse anteriore, alleggerendo il retrotreno fa perdere ulteriore aderenza. Nello stesso tempo, per contrastare la sbandata del posteriore, giravo lo sterzo verso l'esterno della curva, ma solo per l'ampiezza e il tempo necessari alla correzione. “Semplice controsterzo! Cazzo non hai ancora imparato?” La sua voce preoccupata e incazzata contemporaneamente mi piaceva. La grande difficoltà sta proprio nel dosare la pressione sul pedale dell'acceleratore e nell'eseguire le appropriate correzioni col volante. Il gioco di muscoli delle cosce e la spinta contro il seggiolino creavano una frizione al mio sesso che unito all’adrenalina e la sua presenza mi eccitavano in modo animale. Avrei voluto togliere le mani dal volante e accarezzarmi. Le prime volte che gli facevo da navigatore finivamo sempre scopando da qualche parte. La prima volta mi mise alla prova, pensando che alle sue evoluzioni avrei urlato come una servetta isterica ottocentesca. Dovette ricredersi presto. Più le sue manovre erano azzardate più la voglia di affacciarmi al margine della vita mi attraeva. Un testacoda che ci mise con l'anteriore della macchina fra due pilastri, cui mancavano le barre che fungevano da guard rail, affacciato a uno strapiombo in montagna, fu il mio battesimo di terrore. Per un solo istante lo provai. Terrore puro! Il cuore a ostruire la gola, lo stomaco rappreso istantaneamente, la visione della caduta e noi sfracellati s'infrange nella mia mente. Una veloce accelerata e un risolino demoniaco mi misero all'erta. La rotazione improvvisa dell'auto e ritrovarmi affacciata al vuoto, con un solo pensiero nel cervello: "Il burrone!!!" La voglia di urlare mi si comprimeva in petto. Il bolo di fiato mi è salito improvviso cercando una via d'uscita per l'aria che la contrazione improvvisa dello stomaco ha espulso. Le labbra serrate non permisero all'istinto di farmi urlare per sgravarmi da quella pressione. Le unghie mi lacerarono l'interno delle mani, tale fu la forza scaricata dalle spalle verso le braccia e le mani, cercando di contrastare la morsa allo stomaco che il vuoto sotto di me scatenava fino alle viscere. Rimanemmo un secondo in bilico. Un secondo.. La differenza fra vivere e morire. IL secondo in cui capire che tutto era finito e tutto iniziava. Il panico che lascia il posto a un'altra sensazione. Appoggiai il capo al poggiatesta e mi voltai a guardarlo. "Bastardo!" Mi stava guardando. Mi studiava. Occhi negli occhi in un gioco di equilibrio. Il primo che mollava avrebbe perso la sfida. Sentivo dentro le forze che mi avevano contratto gli intestini rilassare i muscoli per scendere a insinuare e solleticare altre terminazioni nervose. Cominciai a sentire l'eccitazione montare alimentata dalla scarica di adrenalina. "Mi è piaciuto!" Pensai. "Mi è piaciuto!" Dissi. La sua risata sardonica fu l'attestato di superato esame. Sostenevo il suo sguardo, anzi ora lui sosteneva il mio! Decisi che lo volevo lì, subito. Più che una scelta mia fu una decisione del mio corpo. Allungai la mano e gli presi la nuca. Lo attirai a me e lo baciai. Fu un bacio lungo, sanguigno, liberatorio. Tutta l'adrenalina canalizzata la sfogai su di lui. La ricerca nel suo fiato di quello che mi aveva tolto. Non m’importava di essere sullo strapiombo. Bastava un piccolo sbalestramento e saremmo volati di sotto. Fu la prima volta che assaggiai dalle sue labbra il sapore di chi è sopravvissuto. "Calma togliamoci di qua!" "NO!! Ti voglio ora!" "Sei matta, se ci sbilanciamo, spicchiamo il volo come aquile!" " Io so volare e tu?" "Pazza furiosa!" Intanto gli slacciavo i pantaloni e non ci fu bisogno di altri sforzi, anche lui era pronto. Togliermi il superfluo e salirgli cavalcioni fu un attimo. Presi il mio piacere continuando a baciarlo. Mi piacque! Anche a lui. Fu un godere arcaico, primitivo, basico. Corpi che si davano piacere fino allo sfinimento. Da quel giorno sperimentammo infiniti modi per trovare fonti adrenaliniche. Sempre alla ricerca del massimo appagamento. Fino al culmine! L'istante infinito prima dell'impatto. Uno stop-motion espanso. Un fotofinish infinito dell'avanzata degli alberi verso me, o io verso loro? No! Sono certa! Erano loro che mi correvano incontro. Nel frame by frame del decollo, sentivo l'accelerata a vuoto delle ruote libere dall'attrito. La controsterzata in quella gara aveva innescato il pendolo, l'inversione dinamica del rollio, avevo controsterzato in modo eccessivo verso l'esterno del tornante, spostando il peso sulle ruote interne alla curva. Il pendolo del posteriore che riprende grip in modo istantaneo catapultò l'auto verso l'esterno della parabola. In quel punto a circa quindici metri un gruppo di querce da un centinaio di anni ci spettava. Lui artigliò la mia mano sul pomello del cambio. Sotto i guanti da gara risentivo la stessa forza che impressi alle mie mani anni prima. Un immenso istante in cui non mi preparavo all'impatto, come altre volte accadde in circostanze simili, contraendo i muscoli aspettando lo schianto. No! Godevo! La scarica partita dalla nuca proruppe nel mio corpo in un'esplosione di ogni particella del mio essere, portandomi in uno stato di estasi suprema, scese nell'intimo più profondo per poi risalire al cervello squarciandolo esattamente all'istante dell'impatto. Quell'istante fu l'ultimo della mia prima vita. L'attimo successivo mi catapultò in una nuova vita di cui porto le ferite nel corpo e nell'anima! Ma…… L'adrenalina è sempre il mio cibo preferito!! Adrenalina pura!! Mi nutro di adrenalina!

Lui chiude gli occhi e reclinando il capo all'indietro appoggia la schiena sudata allo schienale, rilassandosi i nervi fino a quel momento contratti. La stessa contrazione che lei ebbe dopo l'iniziazione. Una reazione di cui non si è reso conto finché la fine della lettura non ha posto termine allo spasmo. Sente in pancia le stesse sensazioni descritte dalla donna. Rivive il momento dello schianto fotogramma dopo fotogramma. La stessa esaltazione lo sta portando ad avere il respiro affannato. Una scarica elettrica.
"Chi è questa donna?? Perchè ha scritto cose così intime per poi abbandonarle?" I fogli cadono a terra. Il suo autocontrollo svanisce. Le sue mani sono guidate inconsciamente alla ricerca dell’ottenere lo stesso piacere da quell’esperienza. Lo sa, sa perfettamente che di lì a breve sonderà tra gli abissi dell'autoerotismo per cercare sul fondo un appagamento morbido, filtrato da cento complicazioni mentali, innocente come quello voluto da un teenager alle prime armi."Ah! Adesso che non si tratta più di una bambina, svanisce anche il senso di colpa eh? Come avrai fatto a dimenticartelo così velocemente?" Troppo tardi, se ci fosse anche solo un'altro motivo per non farlo sicuramente l'avrebbe affrontato più tardi.
La mano, quella destra, maledetta accordatrice d’istinti stonati dall'affanno del tempo, proprio lei principia il viaggio verso quella meta, roccando quel corpo che molto spesso non sente nemmeno proprio. A un tratto uno strombazzare lo fece sentire come il bimbo colto a rubare i soldi dal borsellino della madre!
"Questa storia mi sta rendendo imbecille! Mi sono dimenticato persino che avevo chiamato il taxi! Arrivo!" Tuffandosi nei vestiti letteralmente, cosa non usuale per lui la scelta casuale dell'abbigliamento e una vestizione a morsi e bocconi, esce a prendere il buffo mezzo di trasporto. Un ape-car bardato a mezzo di locomozione turistica, rasente il vecchiume, ma nel contesto sicuramente in tono con i tesori archeologici dell'isola, ha il compito di alleviargli la discesa verso la resa dei conti col proprio passato. Appena entrato nel ridotto e limitato, per la sua mole, spazio del mezzo, cerca di quietare chi vuol ricordare con la sua presenza imbarazzante e la turpitudine di essere uomo! Butta lontano la mente. Il breve viaggio lo porta al vicolo in cui ebbe inizio il suo cammino in questo mondo. L'imporsi quel dovere gli costa. Liquidato l'autista e trovatosi di fronte ai venti passi che lo dividono dal portone, centinaia di volte li aveva contati nei pomeriggi di noia, lo mette dinanzi ad un'incertezza. Il suo corpo reclama attenzioni. Troppo squassato nell'anima per percorrere quei venti passi a ritroso nel tempo si volta e fugge. Falcate veloci lo portano sempre nel passato ma in una caletta popolata da ricordi affrancanti. Una piccola spiaggia usata solo dai pescatori. La sabbia sotto le scarpe firmate non suona la melodia che tanto gli piaceva. Un momento per decidere se toglierle o no. Giusto un frammento di tempo ma i suoi gesti lo precedono. I costosi mocassini finiscono buttati sotto la prima barca della fila. Vecchie barche da pesca. Sature di salsedine e di storie. Allungare la mano per tangere il caldo legno scheggiato e dall'increspato azzurro, lavoro certosino dalla forza del mare, accende le sinapsi della memoria. Suo padre, una specie di Archimede, che assistette persino il Principe Francesco Alliata di Villafranca nel primo cortometraggio subacqueo della storia italiana! Quel compenso lo investì comprando una scialuppa di salvataggio di legno, da qualche nave in disarmo, stupenda ai suoi occhi di bambino! Aveva il fasciame a klinker, cioè sovrapposto, da "calafatare" e nel corso di pochi mesi la trasformo in un piccolo yacht a vela cabinato, da trenta piedi'. Lavorando nei giorni in cui non poteva prendere il mare a pesca. In quell’arenile vide lo sfasciume divenire uno splendore dal fascino incredibile. Aveva partecipato alla mutazione della barca. Avevano carteggiato e pulito i listoni del ponte di tolda ( montato con gran fatica ) in massello d'Iroko. Per giorni, dopo aver piantato le "meccie" a chiusura dei fori, realizzati per avvitare e affossare le viti in ottone, di fissaggio, dopo averle imbevute di colla resorcinica e ad essiccazione del collante, che diventava duro come il ferro. Bisognava eliminar i resti solidi in eccesso, con scalpello e abrasivi .... e molto olio di gomito...Il pensiero si materializza: "Vedere mio padre ogni tanto guardarmi con orgoglio m'infondeva una forza maggiore, anche se le dita dolevano ed erano quasi scarnificate. I rimproveri continui facevano nella mia testa un eco gratificante. Le urla e le contumelie colorite, retaggio del nostro magnifico dialetto, risuonavano come: "Ti voglio bene ma un uomo vero non lo dice queste cose!". Mentre mi fermavo per un riposino ammirando il mio lavoro borbottava: "Pignata taliata 'un vugghi mai". Oppure nei lavori di maggior pazienza: Dissi ' u vermi a nuci: dammi tempu cca' ti spirtusu. Quello che più mi piaceva era: Ibbirtati e saluti cui ha, è riccu e nun lu sa. Quanto era vero! Chi ha salute e libertà, è ricco e non lo sa. Io ora sono ricco di denari, di salute e non sono libero. Mi manca la libertà di lasciare il passato alle spalle.”. La mano prosegue a scorrere e assieme ad essa il tattile rimembrare. I giorni passavano su quella rena facendo un lavoro delicato e duro. Bisognava farlo senza intaccare il fasciame di tolda, fugato in neoprene, che a lavoro finito e verniciato avrebbe fatto bella mostra di se con il suo colore dai riflessi dorati e sfavillanti al sole. Giorni e giorni di maneggio duro e sfiancante, ma era felice! Sentire ancora il contatto con fasciame caldo, che tanto lo intinge di nostalgia, glielo fa accarezzare quasi con passione. Scorrere la fiancata della barca è come scorrere i ricordi dei giorni successivi al varo della loro opera. L'orgoglio di spostarsi per le isole, farsi ammirare da tutti al comando della loro creatura, era frutto delle ore e ore del lavoro affianco al padre. Nel tempo libero usciva a veleggiare nei dintorni dell'isola con una bella compagnia di amici e amiche. Ero un felicissimo marinaio di bordo, con vari compiti, ad esempio andare a disincagliare l'ancora, ovviamente in apnea, a circa venti metri di profondità. Ora una cosa è scendere da turista del mondo sommerso a godere del paesaggio sottomarino ... altra cosa è disincagliare un'ancora incastrata tra le rocce, facendo leva con i piedi. "Si diceva che ci voleva "tecnica" ma vorrei vedere loro con i polmoni in fiamme e l'aria che finiva... magari finivo pure su qualche riccio di mare... ma era un punto di onore .... e quando ci riuscivo ... mi sentivo eroico! Neanche le derisioni di Zu Peppe, lui che aveva lavorato di fiamma ossidrica, per la manutenzione, nelle piattaforme petrolifere del Golfo Persico a cinquanta metri di profondità con lo scafandro ... A ritmi di, mi pare, un ora di lavoro e quattro o più di decompressione risalendo a cinque - dieci metri per evitare che l'azoto nel sangue si trasformasse in embolo. Se la rideva di gusto a vedermi uscire trafelato dall'acqua dopo circa tre o quattro tentativi, risa che scalfivano il mio orgoglio. Poi c'erano le ragazze a bordo.... Per premio mi toglievano gli aculei del riccio conficcati sotto la pianta del piede, dopo aver applicato l'olio d'oliva necessario allo scopo. Ragazze... diciamo la cugina, ma sempre ragazza era!”.
Quelle mani delicate e fresche, le aveva scordate! Si mette ad accarezzare il bordo della barca ripensando alle dita sottili che lo toccavano. La prosperosità, fresca abbondante e allettante, trattenuta da un indomito bottone. Quanti pensieri e quanti sogni attorno a bel bottone. Nell'avanzare si accorge che inizia la scritta col nome del natante. incomincia a seguirne col dito i contorni.
"Possibile?" La pulsazione repressa prende forza al solo sentire l'eco del pensiero sitibondo di lei. Lei! Ancora lei! Le lettere sbiadite formano un nome che immediatamente gli scaricano in corpo una brama impellente. Coccinella!
Stampa il post

Nessun commento:

Posta un commento