mercoledì 28 ottobre 2009


Capitolo 4°

LUCCIOLA







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img/Lucciola1.jpgimg/77s.jpgi sveglia con le note di Carmen Consoli in testa e una strana sensazione di avere le ossa liquide. Sprazzi di sogno gli aleggiano in testa. "Mi sto facendo prendere dentro da questa storia". Con le movenze del gatto che si stira, allungandosi e arcuando la schiena, rimette in circolo la linfa che, assopita con lui, tarda nel rinvigorirlo. "Non avrei speso un euro a favore del fatto che mi sarei risvegliato ancora una volta a casa. Casa? Quanti anni sono che non considero questa terra casa mia? Questa non è casa mia. Oggi dovrò andare a vedere com’è messa... Farò un giro anche dell'isola. La mia isola, questa sì che mi appartiene, io ne sono parte. Con te, dannatamente meravigliosa e dannatamente lontana, ora verrò a patti. Ci sono, ti ho riavuta! ”. La nostalgia lo pervase per diverso tempo quando partì. La distanza poi, mutò la nostalgia in aspettative: per vent’anni infatti, si era immaginato quella scena, aveva studiato i minimi particolari del suo rientro trionfante, le percezioni olfattive e visive, i colori, i suoni. Padroneggiare la lingua e togliersi l’inflessione che tanto lo marchiava gli era costato fatica e notti insonni, applicandosi nello studio e agli esercizi di dizione. Aveva creato un impero per se, ma più che altro per dimostrare che aveva ragione lui! Al suo arrivo però, ogni cosa pareva decisamente diversa da come l’aveva previssuta, come se mezza esistenza passata lì fosse stata sovra scritta da un fac simile meno appetitoso. La soddisfazione era ovattata dalla delusione, fomentata dal fatto di non essere in grado, tanti anni dopo, di stupirsi e godere di certe piccolezze, si vedeva tornare vincitore e acclamato invece non c’è nessuno ad accoglierlo. Una strana catena di avvenimenti gli aveva portato via la famiglia senza neppure il tempo di realizzare la rivalsa a cui aveva lavorato. Non sente dolore, forse più rabbia. Possibile essere così permeabile alle emozioni?? Se lo era chiesto molte volte e ora non sentiva il bisogno di crucciarsi oltre della realtà.

- Forse la vita mi ha cambiato, probabilmente i miei sensi sono meno genuini, o veramente sono spariti i dolori assieme agli odori. Qualcosa sento! È pane?!. -

img/Lucciola2.jpgSvegliarsi fra quelle lenzuola lo aveva momentaneamente disorientato ma un profumo aveva fatto da faro verso i ricorsi. L'odore di pane caliatu, una sorta di pan biscotto, che si conserva per molto tempo grazie al fatto che viene lasciato a lungo in forno, fino alla morte delle braci, lo ha riportato in contatto con le sue radici. Ora che ha dato a se stesso il tempo di analizzare il profumo che sente si rende conto del fatto che questo è diverso, forse... ma sì! E’ pane cunsatu. Sicuramente lo stavano immergendo nell'acqua calda e condendo con origano meraviglioso e profumato, sale, olio, e qui olio vuol dire olio, non occorre specificare altro, pomodoro, quel pomodoro saporito la cui carnosità può essere tale solo in terre sicule. Allora perché non sente l'urgenza di correre a cercare da dove si sprigiona quella sottilissima fragranza. I muscoli reclamano movimento, azione.

Il regalo che lo accoglie continuando lo stretching sul balconcino è inaspettato. Un veliero bianco sta lentamente allontanandosi dietro il campanile della Cattedrale di San Bartolo. Il tempo si dilata e si estende fino allo scomparire della nave dietro monte Rosa.

img/Lucciola3.jpg"La mia barca.... chissà se c'è ancora? Leggo un altro poco e dopo vado da Sabba a fare colazione, poi faccio il giro di commesse. Mi toccherà cercare di mettere a posto le scartoffie e trovare qualcuno che si occupi di sgombrare la casa".

La vera ragione che lo ha riportato indietro, nei posti che aveva giurato di non calpestare mai più è la liquidazione dell'eredità di famiglia. Non era rimasto nessuno. Solo. Solo lui è sopravvissuto a quell'isola, perchè era andato? Se lo è chiesto tante volte. Scappare lo aveva salvato.

Una veloce fuga in bagno per rientrare fra gli esseri lindi, rasati ed abbigliati. Dalla porta a vetri entra una luce ambrata, che colora l’intera stanza rendendola bionda e calda. I pochi quadri appesi, che raffigurano per lo più paesaggi e barche, prendono un'inaspettata vitalità, restituendo a loro lo splendore dei luoghi da cui traggono ispirazione. Prende alcuni fogli e torna fuori a sdraiarsi nel fantastico e invitante divanetto. Deve ammetterlo: quei manoscritti sono tanto magnetici da non essere più ignorabili. La curiosità mista ad un senso di strana eccitazione.

Non c’è nessun tipo d’attesa nel suo io, non c’è pronostico alcuno sul successivo episodio. Allora cos’è che non gli permette di investigare sul profumo acquolinoso e lo spinge a cercare un filo che srotolato da Arianna lo riporti al di fuori del labirinto in cui lo aveva spinto la sorte di aver trovato il manoscritto. Quale meccanismo lo induce a cercare in quei fogli, tra quelle righe? Le lacrime ed i sorrisi che le hanno scritte sono lontani da quella scrivania, oppure no? Quanto le sente vicine quelle parole?

- Come può un uomo maturo e integro cedere a certe frivolezze… - continua a ripetersi nonostante il resto del corpo punti ad un ulteriore assaggio di quelle memorie tanto vive.

E’ carnale. Senza mezzi termini quello che sente è carnale. Lo sa, forse lo ignora, forse lo nasconde. Si sbagliava quando pensava che fosse solo curiosità. La curiosità l’ha sotterrata da tempo. Il suo vasto impero di timidezze, che credeva abbattute e vinte, ha ceduto alle pulsioni più basse. La consapevolezza del desiderio di essere il protagonista di quella storia tanto cruda lo inquieta, non può ormai cercare di difendersi.

LUI aveva agito secondo quello che sentiva, di questo ne è certo e per questo chi lo assolve da non essere complice di quell’orrendo atto di violenza? Il rumore fragrante della carta lo distoglie. Neppure si è reso conto di aver attinto al mucchietto di fogli e di aver ottemperato alla cernita cercando di trovarne alcuni legati da un nesso. Tre portano la solita scritta in alto che li denomina “Lucciola”.


img/Lucciola4.jpgimg/77l.jpg
’odore di paglia e grano, di terra secca e polverosa, il calore del terreno e il fastidio degli “stughi”, come chiamano in dialetto i pezzetti di gambo di grano che rimangono nel terreno dopo la trebbiatura, nella schiena sono legati al suo ricordo. Il rumore del fiume, che scorre giocando con i ciottoli fra gli argini frascosi, ha una nenia rinfrescante. Chiudendo gli occhi e lasciandotelo attraversare nel corpo linda l’anima, rendendo la mente rinnovata e aperta ad un’attenzione particolare al essere interno. La parte nascosta di te non si fa mai valere nella frenesia giornaliera, ma cerca in ogni modo di mandarti messaggi. Piccoli segnali per dirti che non sei tu, costantemente in competizione, attiva e frenetica quella vera. Non sei tu la iena che stritolando e calpestando tutti ha raggiunto l’apice del successo accorgendoti, come nella canzone di Vecchioni “Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione, e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente…” Solo dopo che la mente subisce benevola il passaggio dei suoni acquei puoi sentire il flebile lamento dell’anima reclamare pace. Lui mi ha insegnato l’ascolto dell’anima, Il dialogo con me stessa.

Avevamo riso come pazzi. Sdraiati fra gli steli per nasconderci dal contadino infuriato perché ci aveva sorpresi a rubare i carnosi duroni, ciliegie saporite che avevano l’ardire di crescere lungo un argine della strada che portava al fiume. In equilibrio precario sulla vespa, era stato un vero gioco da funamboli arrivare ai rami dispensatori di dolcezze.

Sento ancora le sue mani forti che mi protendono verso la fronda più carica. Le dita circondano i miei fianchi imprimendo nelle carni la forza dei muscoli abituati alla fatica e il lavoro. Cerco di estendermi al massimo per raggiungere un ramo che sfrontato esibisce una carico allettante ma irraggiungibile. ”Dai ancora più su, Sali sul sellino!! Sei una mammoletta! Non riesci neppure a sollevarmi!!”
So di mentire, lo faccio per stuzzicarlo. Mi diverte prenderlo in giro con epiteti diminutivi a contrasto con la sua mole imponente. Alto quasi venti centimetri più di me è uno dei pochi ragazzi che mi fa sentire piccola e fragile. La sua forza più volte mi aveva sorpresa. Sollevarmi era un gioco e in quel momento mi sentivo un’estensione delle sue braccia. Volevo raggiungere il bottino particolarmente ricco. “Sali su Guelda!”


img/Lucciola5.jpgDare nomi alle macchine e alle moto era sempre stato un divertente modo per sdrammatizzare il fatto che i nostri mezzi erano sgangherati rimedi. Un’amica aveva un vecchissimo 127 Fiat, bordò, con la capotta sverniciata a placche, dalle quali usciva un deprimente colorino grigio muffa. Era umiliante andare in giro con quel catorcio. Una domenica, mentre vagavamo in macchina senza meta nei dintorni del paese, obbligate… perché lei aveva appena preso la patente, fatto per il quale non poteva rientrare nei nostri pensieri l’idea di non fare sfoggio di tale conquista, rovinata solo dal fatto che all’interno di quella bagnarola non facevamo la figura delle strafighe che volevamo impersonare. Cercando di far ruotare il triangolare finestrino sul perno centrale per aprirsi, mi rimane in mano così me ne esco con: Senti Tenente Kojak stavolta hai rotto!!! Kojak era un ispettore nei telefilm che seguivamo con stupore il pomeriggio, completamente pelato. Questa battuta scatenò il riso che solo da ragazzi si può avere. Una risata gorgheggiante, non ancora offuscata dalla realtà, carica di sogni e aspettative. Totalmente stupida e per questo reale. Il riso che porta al pianto, così con gli occhi annebbiati lei non riesce a tenere la strada e ci troviamo nel fosso ribaltate. E’ irreale.. continuiamo a ridere con le gambe per aria e il collo in posizione improbabile, finchè non vediamo la testa capovolta del padre di un nostro amico sbucare dal finestrino. Ricominciamo a ridere istericamente. Ci tirano fuori a forza. Ribaltano l’auto e dopo aver subito i vari commenti di rito senza prestargli minimamente attenzione, ripartiamo acciaccate noi e il “tenente”. I suoi non se ne accorsero! Kojak era solo un pò più pelato di prima…. Guelda era il nostro cavallo bianco, anche se in realtà era di una azzurrino che con tutta la buona volontà e l’ausilio di wikipedia non riesco a definire.

Così spinto dal mio input lui sale sulla moto con me in braccio e naturalmente finisce come doveva finire. Ruzzolammo atterra fra la ghiaia e da vera oca starnazzai nel volo.. così cominciarono ad abbaiare i cani e ad allertarsi il contadino. Eravamo completamente acciaccati. Cercò di sollevare la moto e ripartire, ma la vile decise di averne abbastanza di noi e da stallone impetuoso, oddio… Guenda… stallone impetuoso… (pausa devo ridere) (ok) si rivelò il ronzino che era.

img/Lucciola6.jpgScappiamo per il prato e poi nel bosco sentendo la voce che diceva “Ti ho visto, lo dico a tuo padre!” La corsa finisce in un campo di grano. Accucciati fra le spighe per non farci vedere cerchiamo di tenere a freno le risa e i mugolii di dolore per la botta presa. Lasciato passare un tempo giusto per capire che eravamo fuori pericolo, cercai di approfittare della situazione per prendermi la parte di gioia che fare sesso con lui mi dava. Lo desideravo. Non mi sono mai fatta problemi a prendere ciò che voglio e in quel momento lo volevo, glielo dissi con gli occhi. Mi sorride e ci sdraiamo fra le spighe. La sua bocca scrive sulla pelle una storia d’eccitazione, dolcezza e scoperta. Le mani mi sfiorano accendendo quei recettori che la lingua farà esplodere. Il mio piacere ha la prevalenza sul suo. Per moltissimo tempo mi pone al di sopra delle proprie esigenze e soddisfa solo il bisogno di godere insaziabile che richiedo. Sazia e appagata, senza bisogno di parlare, comincio a replicare ciò che fa a me. Per poi suggerire ciò che vorrei facesse sull’altro. Capisce il gioco! Questo permette di chiedere esattamente in quale punto vogliamo sia riversata l’attenzione. Una lunghissima sequenza che porta ad un’esigenza spasmodica che non si accontenta più di essere aggirata. Cominciamo una nuova intesa. Portarci al limite massimo di sopportazione per rimandare ancora più in la il limite. Ogni gioco erotico viene a supporto nello spostamento di questo limite. Il pudore o la ritrosia non si azzardano neppure a fare capolino in quel luogo di puro piacere. Qualunque cosa è permessa e qualunque cosa facciamo. E ancora! E ancora! E ancora! Non è più il mio corpo. Non è più il suo corpo! Siamo un essere unico intento solo a prendere piacere.

img/Lucciola7.jpgIl pomeriggio volò nel tramonto e il tramonto nella sera. Il mio corpo era completamente distrutto, appagato, sgretolato, gioioso, acciaccato e sforacchiato. Nudi e spudorati. Non ci interessa nulla. Solo essere appagati e appagati siamo. Non abbiamo la forza di alzarci. “Senti?” “Cosa?” “Ascolta!” “Cicale” “No, il fiume” “E’ vero” La mia mano cercava di ridestare il ninnolo. “Smettila!! Possibile che non ti basta mai!!” “Dai dajaimo???..” “Ti ho detto di ascoltare!! Ascolta” “Ok ascolto il fiume!” Mi metto con il piglio della bambina capricciosa sdraiata sulla schiena accanto a lui. “Chiudi gli occhi! Fatti passare l’acqua dentro” “Preferisco qualcos’altro..” “Scema piantala! Ascolta il rumore” “Fai entrare non dalle orecchie ma dalla fronte il parlare del fiume”. Comincio a concentrarmi, chiudo gli occhi e mi accorgo che veramente posso farmi entrare dalla fronte il rumore dell’acqua. “Ora riempiti la testa e falla scorrere dalle spalle verso le braccia e dentro ogni dito”. La sua voce potente sussurrata mi piace, il modo ipnotico con cui mi parla mi fa vivere realmente quello che narra. “Ora lascia che scorra fino le gambe e falla uscire dai piedi”. E’ incredibile, il rumore mi scorre dentro e assieme l’acqua, sento veramente il liquido scorrere e uscire dai piedi. Sensazione meravigliosa!! Mi scopro vuota e leggera, libera, potrei fluttuare, lievitare. Apro gli occhi e attorno a me vedo le spighe che mi attorniano a corolla aprendosi verso il cielo stellato. Mi accorgo che le lucciole competono con lo sfavillio e sento la sua mano che prende la mia. Mi giro e mi accorgo che mi sta guardando come mai nessun uomo mi avrebbe guardato in tutta la vita. Porta la mia mano sul mio viso e mi accompagna in un’auto carezza. Il tempo passava da me a lui e da lui a me. I minuti sono immersi nei suoi occhi e io con loro e lui in me. Mi accompagna nell’esplorazione ogni parte del corpo, attraverso le mie dita prende il piacere che provo a di toccarmi. La leggerezza con cui mi usa per sfiorare la pelle acutizza il piacere sprigionato dal contatto. Ora sono certa che quello fu il tempo passato assieme all’altra metà del cielo più bello della mia vita. So di non essere innamorata di lui, so che quello che mi piace e il sesso sfrenato che ci unisce e nient’altro. Non abbiamo passioni comuni, non abbiamo dialogo. La nostra storia è solo un incontro di due corpi che si vogliono saziare l’uno dell’altro. Condividevamo sport estremi che, adrenalinici, facevano da stuzzicante antipasto alle nostre battaglie di letto. In quel momento mi ha attraversato con la sua anima. Perdo il contatto con i suoi occhi e vedo che afferra una lucciola. “Vedi tu sei così!” “Una puttana?” “No! Un essere luminoso, che si fa strada nella notte.” Mi manca il fiato, la sua voce è un sussurro. Chiude ad una ad una le dita sull’insetto, lentamente “ Vedi se ti si tiene chiusa in pugno non brilli più!! Lo so che devo lasciarti libera di brillare”. Apre la mano e appoggia la lucciola sul mio seno. Comincia a catturare tutti gli animali li attorno e me li mette addosso. Non provo ribrezzo, non ho mai avuto paura di nessun animale e ancormeno degli insetti. Sento le zampette muoversi e le evoluzioni che fanno su di me. Alcune si alzano in volo. Richiudo gli occhi e mi faccio riattraversare dal rumore del fiume. Ci siamo addormentati così: abbracciati con le lucciole che ci coprivano.

img/lucciola8.jpgOra che ho il suo corpo morto, privato della sua anima e della mia, fra le braccia capisco che è stato lui ad insegnarmi che avevo un’anima. La avevo! E’ ancora caldo, non è il primo morto che vedo. Non ne ho paura ne sono terrorizzata. Non mi serve urlare. So che non c’è più niente da fare. Siamo a Courchevel nell’alta Savoia. L’arrampicata sulle cascate ghiacciate era stata una sua idea per fare qualcosa di diverso e ci aveva divertito talmente che era diventato un gioco cercare vie sempre più difficili. Siamo arrivati euforici, la cascata è nostra! Non so come ha fatto a scivolare. Non so se ho sentito l’urlo o il tonfo del corpo. Non so se ho urlato. Non so come ho fatto ad arrivare in fondo. So che è lì buttato come una bambola di pezza. So che è morto. MORTO! La testa completamente girata verso la schiena. Da un braccio e dalle gambe esplose fuoriescono le ossa dalla carne come un’opera di Arnaldo Pomodoro, lascia intravvedere sotto le curve gli angoli e gli spigoli che nascondono. Sono certa che non posso fare nulla. Prendo la mano del braccio intatto e comincio ad accompagnarla nella stessa carezza che m’aveva insegnato. Inginocchiata nel suo sangue attendo finchè non sento che è completamente gelato. Ho assorbito fino alla fine il suo calore, e il gelo che sento entrare in lui s’impossessa anche di me. Ancora non riesco ad alzarmi. La nebbia avvolge i miei ricordi. So che la mia anima si è attaccata disperata alla sua per impedirgli di lasciarmi. Non ricordo altro. So che con lui ho scoperto di avere un’anima e con lui, in quel momento, so di averla persa! La mia lucciola si è spenta e l’acqua scorre!

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